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Negli ultimi decenni tanti cristiani si sono allontanati dalla chiesa di Roma [Church of Rome], per motivi più o meno validi, più o meno personali, anche se l’istituzione è molto cambiata dai tempi della mia infanzia e giovinezza, e non in meglio. La Fede radicata nel mio spirito è ciò che conta, insieme alla Parola: l’Antico e il Nuovo Testamento, [the Bible] con o senza filtri, restano la base della mia religione, della mia fede, della mia religiosità con e verso il mondo intero. Le mie radici sono Giudeo-Cristiane, profondamente occidentali, e il messaggio contenuto, e che è la base del Cristianesimo, è stupendo e illuminante, oltre che trascendente.
Lo scetticismo e l’alienazione vengono in parte, per il settarianismo all’interno dell’istituzione e lo spirito di protagonismo di coloro al timone; in parte, per la mancanza di coerenza verso i dettami del Cristo, dell’Antico e Nuovo Testamento, esibiti anche e sempre ancora nell’odio e nella persecuzione degli ebrei. Questo senza ragione e senza causa, semplicemente per perversione e per l’ipocrisia sotto cui si nascondono verita’ scomode e oscene dei pupettari che manovrano i destini di noi cristiani.
Almeno, pero’, come cristiani abbiamo diritto di dire e scrivere cio’ che pensiamo sulla nostra chiesa e sulla nostra religione, senza incorrere in decapitazioni, censure e persecuzioni legali e non. Non e’ lo stesso se parliamo di culti e ideologie oscene, che la nostra chiesa istituzionale sostiene, non comprendendone l’implicazione, mentre continua a perseguitare e disprezzare gli ebrei per partito preso.
Non sono uno di questi cristiani che si e’ allontanato, ne’ uno di quelli ipocriti. Solo un essere umano fallibile e debole, con l’umilta’ di chiedere e dare perdono, e guardare al Cristo come al mio Redentore.
L’elemento umano che circonda il mondo della religione istituzionale onestamente fa specie, spesso e volentieri – le ultime notizie dalla diocesi californiana col prelato padre, ecc. – ma ho incontrato tanti uomini di chiesa integerrimi e probi che son stati d’esempio per me e per i miei figli e che hanno ispirato e sostenuto il mio cammino, da veri cristiani illuminati, che mai hanno scagliato la prima pietra, ma aiutando a risollevarmi. Vorrei sottolineare che sono divorziata, sì, lo so, anatema, e quindi scomunicata, ma vivere da cristiana implica molto più di dogmatismi e dogmi e di politiche di vario genere. Seguire l’etica e la morale, sfuggire e denunciare ipocrisie convenienti al dio denaro, fra le altre cose, non mi è stato impedito dal divorzio, anche se la chiesa-istituzione, nella sua secolare miopia, mi nega i sacramenti e probabilmente non mi considera più parte del consesso dei cristiani.
Continuo ad andare in chiesa, sono e mi sento cristiana, per pregare, per assistere alla Messa, o solo per riposare il mio spirito un po’ ammaccato dagli incidenti e traversie della vita. L’edificio chiesa rimane ancora il Sancta Sanctorum, il luogo dove vengo per stare bene, per sentire la Caritas [amore per i fratelli] da vicino, per dare Caritas indietro… ma non sempre l’edificio e l’elemento umano si unificano nel trasmettere Caritas e pace divina.
L’omelia di un vescovo non mi ha riscaldato il cuore questo Natale, come avevano fatto altre omelie, di ufficianti meno importanti ma più attenti al cuore e allo spirito del loro gregge, pronti a dare amore, il loro e quello di Dio. Pare che Sua Eccellenza l’ abbia dimenticato: che il Natale è la Festa dell’Amore e della gioia di noi figli esultanti all’evento che è l’inizio del nostro essere cristiani, che culminerà nell’apoteosi della Santa Pasqua di Resurrezione, dove si compie la nostra Redenzione – e quella degli uomini di buona volontà. Mi sono mancate le parole di amore, di conforto di sostegno morale e spirituale che hanno sempre caratterizzato il Natale; non ho sentito accoglienza, fratellanza, Caritas nel suo indirizzo ai fedeli raccolti intono a lui, egli fratello di ognuno di noi, uomo fra gli uomini, peccatore fra i peccatori, figlio di Dio fra i figli di Dio.
Invece, nel consesso, noi eravamo peccatori, l’officiante al di là del consesso, primus inter pares anche nel suo essere uomo, non uno di noi, esente da peccato, il giusto [sic], che (alla fine) sgridava noi peccatori per la situazione dei senzatetto, come se egli conoscesse la situazione di ogni fedele presente, tutti colpevoli a priori di omissione volontaria.
Ma come può un pastore errare così grossolanamente? Sapeva egli quanti disoccupati c’erano nel suo gregge, alla Messa [Mass] quella mattina? Conosceva egli la storia di ognuno di loro; di quanti sacrifici e di quante privazioni era costellata la loro vita? Si rendeva egli conto di quanti già aiutavano il loro prossimo, in modo consono al loro stato e senza mettersi in mostra?
Dignum et justum est che un pastore ci guidi, ci esorti, ci spieghi e ci illumini, ma con esempi e gesti, non solo con parole; che ci faccia sapere che ci sono modi di far volontariato e che l’aiuto verrebbe apprezzato, senza colpevolizzare o manipolare la coscienza, che non è manipolabile in coloro, e controproducente per coloro che sono a posto davanti a Dio – che degli uomini che si ergono a far le veci di Dio non importa loro poi tanto.
Inoltre, un pastore della Chiesa così colto e intelligente come Sua Eccellenza, sa benissimo che coloro che non fanno e non vogliono fare non cambieranno idea per le sue parole di accusa. Infatti, la tragica situazione dei derelitti del mondo non riposa certamente sulle spalle dei pochi fedeli presenti nella sua chiesa quel Santo Giorno di Natale; piuttosto direi che diventa un discorso così ampio, socialmente e politicamente complesso e non eviscerabile o esauribile in codesta Santa Celebrazione.
Amore, prima e unica condizione di vita, l’amor che con il sommo poeta e col Cantico dei Cantici riconduce a Lui, l’Altissimo, l’Immenso, la Luce e la Vita del mondo.
l’Amor che move il sole e l’altre stelle